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Giordano Opere Mitologiche | Opere Religiose


Luca Giordano (1634-1705) Leggende e mitologie, al Museo Capodimonte di Napoli, in Italia


Luca Giordano «Apollo e Marsia»

Pittura - Olio su tela (205 x 259 cm) 1657-1659

Luca Giordano ha raffigurato il martirio di Marsia, legato a testa in giù da Apollo che lo sta scuoiando vivo.

Luca Giordano, Apollo e Marsia, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Apollo e Marsia
Il povero Marsia urla di dolore mentre cerca invano di liberarsi, mentre Apollo gli strappa la pelle tenendogli il piede sulla spalla destra per inchiodarlo a terra.

In fondo, un satiro si tappa le orecchie lanciando un grido di terrore.

Ecco come Apollo giunse a un simile estremo.

Il sileno Marsia aveva osato sfidare Apollo dicendogli che la musica campestre suonata con il suo flauto era più bella di quella suonata da Apollo con la sua lira.

Apollo accettò la sfida, a condizione che il vincitore potesse punire il vinto a suo piacimento.

Dopo un primo concerto, furono dichiarati in parità.

Apollo sfidò allora Marsia a suonare il flauto al contrario, dicendo che lui avrebbe fatto lo stesso con la lira; così fecero, e Apollo fu dichiarato vincitore.

L’ira di Apollo nei confronti delle pretese di Marsia fu tale che si vendicò legandolo per i piedi a un albero per scorticarlo vivo.

La leggenda narra che il dio avesse poi manifestato il proprio pentimento spezzando la sua lira e trasformando Marsia in un fiume.

Ovidio, nelle Metamorfosi, ha descritto il supplizio di Marsia dandogli voce:

« “Perché mi strappi via da me stesso?”, chiedeva costui. E gridava: “Ah! Qual è il mio pentimento! Ah! Un flauto non vale tanto da doverlo pagare a caro prezzo!”

Nonostante le sue grida, la pelle gli viene strappata via su tutta la superficie del corpo; non è altro che una piaga; il suo sangue scorre da ogni parte; i suoi muscoli, messi a nudo, vengono alla luce; un movimento convulso fa sussultare le sue vene, spogliate della pelle; si potrebbero contare le sue viscere palpitanti e le fibre che la luce viene a illuminare nel suo petto.

I rustici Fauni, divinità dei boschi, i Satiri, suoi fratelli, l’Olimpo, che gli è ancora caro anche in quel momento, e le ninfe lo piansero, così come tutti i pastori che, su quelle montagne, pascolavano le pecore e le mandrie di buoi.

Le loro lacrime, cadendo, bagnarono la terra fertile, che le raccolse nel suo seno e se ne abbeverò fino in fondo alle sue vene  poi, dopo averle trasformate in acqua, le restituì agli spazi liberi dell’aria.

Così nacque un fiume che, tra i pendii delle sue rive, sfocia nel mare tempestoso; è quello che si chiama il Marsia, il più limpido della Frigia.»
Ovidio, Le Metamorfosi, VI, 385

Luca Giordano « Diana che uccide Niobe »

Pittura - Olio su tela (136 x 250 cm) 1670-1675

Luca Giordano ha sintetizzato e reinterpretato la leggenda nel suo dipinto raffigurante Diana mentre uccide Niobe con una freccia.

Omero racconta che la regina Niobe si vantava di essere superiore a Latona, poiché aveva avuto dodici figli, sei maschi e sei femmine, mentre Latona ne aveva avuti solo due, un maschio e una femmina.

Luca Giordano, Diana che uccide Niobe, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Diana che uccide Niobe
Per vendicarsi di questo affronto, Latona chiese ai propri figli, Apollo e Artemide (Diana presso i Romani) di uccidere i figli di Niobe.

Diana fu incaricata di uccidere le figlie, mentre Apollo doveva uccidere i figli maschi.

Dopo l’uccisione dei suoi figli, Niobe fu a sua volta trasformata in una roccia dagli dei e si diceva che le sue lacrime incessanti avessero dato origine a una sorgente che sgorgava da quella roccia.

Luca Giordano ha tralasciato l’uccisione dei figli di Niobe, scegliendo di raffigurarla trafitta da una freccia scoccata da Diana, dea della caccia.

Luca Giordano «Ercole e Onfale»

Pittura - Olio su tela (115 x 132 cm) 1675

Questo dipinto di Luca Giordano raffigurante Ercole e Onfale ci mostra l’eroe, visibilmente felice e ubriaco, intento a filare la lana.

Luca Giordano, Ercole e Onfale, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Ercole e Onfale
È nudo, mentre le donne che lo circondano e si prendono cura di lui sono vestite.

La sua testa, con gli occhi appena socchiusi, è appoggiata alla giovane donna dietro di lui che gli accarezza la spalla e gli pone una corona di fiori delicata, il tipo di corona indossata dalle fanciulle.

La regina Onfale è seduta accanto a Ercole e lo guarda appoggiandosi a lui; è lei a tenere la clava dell’eroe per dimostrare chiaramente che egli è diventato il suo schiavo obbediente ai suoi capricci.

Lo sguardo divertito della musicista che suona il liuto aggiunge allegria alla scena, in cui il potente Ercole è innanzitutto schiavo dei piaceri.

Luca Giordano «Leda e il cigno»

Pittura - Olio su tela (127 x 155 cm) 1670

In questo quadro, ben lontano dai dipinti religiosi realizzati da Luca Giordano, Leda è nuda, tranne che per una tunica trasparente che le cinge la vita.

Indossa una collana di perle e un diadema sui capelli biondi punteggiati di fiori.

Luca Giordano, Leda e il cigno, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Leda e il cigno
È sdraiata sulla schiena e si abbandona al cigno che le si avvicina da dietro cingendole il collo con un braccio per invitarla a baciarlo.

La testa della bella è appoggiata tra le ali del cigno, il cui becco si avvicina alla sua bocca.

Sono circondati da piccoli amorini che portano fiori.

Va precisato che questo cigno non era altro che Zeus in persona, che aveva assunto questa forma animale per sedurre la giovane donna.

Secondo una leggenda, dopo aver fatto l’amore con Zeus, Leda avrebbe deposto un uovo dal quale sarebbero nati Polluce e Clitennestra, nonché Elena e Castore.

Un’altra leggenda narra che Leda avrebbe trovato un uovo dal quale sarebbe nata Nemesi in seguito alla sua unione con Zeus, che si era trasformato in cigno; Leda avrebbe raccolto quell’uovo da cui era nata Elena, che fece passare per sua figlia.

Luca Giordano «Lucrezia e Tarquinio»

Pittura - Olio su Tela (138 x 187 cm) 1678

Luca Giordano mette qui in scena il testo di Tito Livio (Storia romana, I, 57) che narra il tentativo di Sesto Tarquinio di sedurre Lucrezia, moglie di Collatino.

Luca Giordano, Lucrezia e Tarquinio, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Lucrezia e Tarquinio
Tutto ha inizio durante un banchetto ben innaffiato a casa di Sesto Tarquinio, dove la conversazione verte sulla virtù delle donne e Collatino esalta i meriti e la virtù di sua moglie Lucrezia.

Il dipinto di Giordano raffigura Tarquinio, già un po’ brillo e con il naso rosso, mentre si reca a casa di Lucrezia per accettare la sfida e viene colto da un desiderio irrefrenabile di fronte alla bellezza della giovane donna.

Ma Lucrezia è una moglie fedele che rifiuta le sue avance, e Tarquinio, vedendo che non riuscirà nel suo intento, non esita a violentarla.

Disonorata da quello stupro, Lucrezia si era suicidata.

Luca Giordano «Venere addormentata e Cupido»

Luca Giordano, Venere addormentata e Cupido, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Venere addormentata e Cupido
Pittura - Olio su Tela (137 x 190 cm) 1663

Luca Giordano ha raffigurato Venere addormentata e distesa sul suo letto, sotto lo sguardo di quello che sembra un Satiro che ha sollevato il drappo che la copriva per ammirare il suo corpo completamente nudo.

Cupido appare mentre svolazza con gli occhi bendati nella parte superiore del quadro e sembra aver scoccato per errore una freccia contro sua madre, alla cieca, provocando così il suo totale abbandono agli sguardi e, naturalmente, all’amore.

In lontananza, un Sileno alza la sua coppa di vino, seduto in compagnia di un Satiro su un asino che si è accasciato a terra sotto il loro peso.

Luca Giordano «Perseo e Medusa»

Pittura - Olio su tela (225 x 307 cm) 1675-1699

Questo dipinto di Luca Giordano raffigura l'epica battaglia di Perseo, che si appresta a tagliare la testa di Medusa in modo particolarmente dinamico; assistiamo all'azione vedendo la spada alzata e il terrore di Medusa, che sente che la sua fine è vicina.

Luca Giordano, Perseo e Medusa, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Perseo e Medusa
Perseo ha indossato i sandali alati donatigli da Hermes, che vola sopra la scena con il suo caduceo per assistere a l'uccisione della Gorgone.

Per evitare di guardare l’orribile volto di Medusa, capace di trasformarlo in pietra, Perseo agisce osservando il proprio riflesso nello scudo levigato che gli funge da specchio tenuto da Atena.

Dal collo reciso di Medusa uscirono i due esseri generati da Poseidone, il cavallo alato Pegaso e Crisaore.

Atena afferrò la testa mozzata di Medusa per collocarla al centro della sua egida affinché i suoi nemici si paralizzassero di paura nel vederla.

Luca Giordano «Polifemo e Galatea»

Pittura - Olio su Tela (127 x 250 cm) 1674-1675

Luca Giordano ha dipinto Galatea seguendo la descrizione di Ovidio, ma ha decisamente abbellito il ciclope Polifemo.

Gli ha persino conferito un’aria simpatica, nonostante la sua reputazione di violenza e crudeltà nei confronti dei marinai che passavano al largo delle sue terre.

Luca Giordano, Polifemo e Galatea, Museo di Capodimonte a Napoli, in Italia
Luca Giordano, Polifemo e Galatea
L’Odissea narra che egli uccise i compagni di Ulisse, il quale riuscì a vendicarli e a fuggire accecandogli l’unico occhio.

Galatea amava Aci e respingeva le avance di Polifemo, il quale impazzì di gelosia e di rabbia e finì per uccidere lo sfortunato giovane!

Si tratta quindi di una versione molto edulcorata dell’incontro tra Polifemo e Galatea qui rappresentata, ben lontana dal testo di Ovidio riportato qui sotto, in cui Galatea racconta il tentativo di seduzione del ciclope:

«Tu sei più bianca, Galatea, dei petali candidi del ligustro, più simile a un fiore dei prati, più snella dell’ontano, più brillante del cristallo, più giocosa di un capretto, più liscia di una conchiglia levigata incessantemente dalle onde, più deliziosa del sole d’inverno e dell’ombra d’estate, più squisita del frutto, più maestosa dell’albero di platano altero, più splendente del ghiaccio, più dolce dell’uva matura, più delicata del piumino di cigno e del latte cagliato; e, se non mi respingessi, saresti più bella di un giardino ben irrigato.

[...] Sebbene il mio corpo sia ricoperto di peli rigidi e folti, non pensare che sia brutto; è brutto che un albero non abbia foglie, è brutto che un cavallo non abbia la criniera a coprire il suo collo scuro; gli uccelli sono rivestiti di piume; la lana serve da ornamento alle pecore; quanto agli uomini, nulla si addice loro quanto la barba e i peli che si ergono su tutto il corpo.

Ho un solo occhio al centro della fronte, eppure assomiglia a un grande scudo.

[...] il mostro mi individua insieme ad Aci: «Vi vedo», ci grida, «farò in modo che questo appuntamento d’amore sia il vostro ultimo».

La sua voce era terrificante come ci si poteva aspettare da un Ciclope infuriato; quel grido fece tremare l’Etna.

[...] Il Ciclope si lanciò all’inseguimento; strappò un pezzo di roccia dalla montagna e lo scagliò in avanti; sebbene solo un’estremità colpisse Aci, questi fu schiacciato completamente. [...] Sotto l’enorme massa scorreva sangue cremisi.»
Ovidio, Metamorfosi, XIII, 766

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